VII Concili Ecumenici
Nicea 325
Convocato dall'Imperatore Costantino I , si svolse con la partecipazione di 318 Padri a Nicea dell'Asia Minore, ai tempi di Papa Silvestro I di Roma e del Patriarca Metrofane I di Costantinopoli, per combattere l'eresia di Ario*.
Erano presenti:
San Nicolao di Mira
San Spiridone Traumaturgo
Sant'Atanasio Grande
* Arianesimo: Sosteneva che il Figlio è inferiore al Padre, e, tracciando una linea di divisione tra Dio e la creazione, poneva il Figlio tra le cose create: una creatura superiore, è vero, ma nondimeno una creatura. La sua motivazione, indubbiamente, era di proteggere l'unicità e la trascendenza di Dio, ma l'effetto del suo insegnamento, nel rendere Cristo inferiore a Dio, era di rendere impossibile la nostra deificazione umana. Solo se Cristo è vero Dio, rispose il concilio, può unirci a Dio, poiché nessuno se non Dio stesso può aprire agli esseri umani la via dell'unione. Cristo è 'uno in essenza' (homoousios) con il Padre. Non è un semidio o una creatura superiore, ma Dio nello stesso senso in cui il Padre è Dio: 'Dio vero da Dio vero,' proclamò il concilio nel Credo che vi fu promulgato, 'generato, non creato, coessenziale al Padre'.
Costantinopoli 381
Convocato dall'Imperatore Teodosio I, si svolse con la partecipazione di 150 Padri a Costantinopoli, ai tempi di Papa Damaso di Roma e del Patriarca Gregorio I (Nazianzeno) di Costantinopoli, per combattere l'eresia del pnematomaco Macedonio. Questo Concilio stese anche il Simbolo di Fede (il Credo).
Erano presenti:
Sant' Atanasio di Alessandria
Santo Cirillo di Alessandria
Santo Gregorio di Naziano
Santo Basilio Grande
Santo Gregorio di Nissa
Concilio questo ha sviluppato in particolare l'insegnamento sul Santo Spirito, di cui affermava che è Dio proprio come il Padre e il Figlio sono Dio: 'che procede dal Padre, che insieme con il Padre e con il Figlio è adorato e glorificato. Il concilio cambiò pure le decisioni del Sesto Canone di Nicea. La posizione di Costantinopoli, ora capitale dell'Impero, non poteva più essere ignorata, e le fu assegnato il secondo posto, dopo Roma e al di sopra di Alessandria. 'Il Vescovo di Costantinopoli avrà le prerogative d'onore dopo il Vescovo di Roma, poiché Costantinopoli è la Nuova Roma (Canone III).
Efeso 431
Convocato dall'Imperatore Teodosio II, si svolse con la partecipazione di 200 Padri ad Efeso dell'Asia Minore, ai tempi di Papa Celestino I di Roma e del Patriarca Nestorio* di Costantinopoli, per combattere l'eresia di quest'ultmo, che negava la divinità di Cristo. A Efeso la Vergine fu dichiarata Madre di Dio - Theotokos.
* Nestorio portò al culmine la controversia rifiutandosi di chiamare la Vergine Maria 'Genitrice di Dio' (Theotokos). Questo titolo era già accettato nella devozione popolare, ma a Nestorio parve che implicasse una confusione tra l'umanità di Cristo e la sua Divinità. Maria, secondo la sua argomentazione - e qui il suo 'separatismo' antiocheno è evidente - va chiamato soltanto 'Genitrice dell'uomo' o al più 'Genitrice di Cristo', poiché ha partorito solo l'umanità di Cristo, non la sua divinità. Cirillo, sostenuto dal concilio, rispose con il testo 'Il Verbo si è fatto carne ' (Giovanni 1,14): Maria è genitrice di Dio, poiché 'ella ha partorito il Verbo di Dio fatto carne'. Ciò che Maria ha partorito non è un uomo unito a Dio da tenui legami, ma un a persona singola e indivisa, che è allo stesso tempo Dio e uomo.
Il nome Theotokos salvaguarda l'unità della persona di Cristo: negarle questo titolo è come separare il Cristo incarnato in due, spezzando il ponte tre Dio e l'umanità ed erigendo nel mezzo della persona di Cristo un muro di partizione. Da ciò possiamo vedere che a Efeso non furono coinvolti solo titoli devozionali, ma il messaggio stesso della salvezza. Lo stesso primato che la parola homoousios occupa nella dottrina della Trinità, la parola Theotokos lo detiene nella dottrina dell'Incarnazione
Calzedonia 451
Convocato dall'Imperatore Marciano, si svolse con la partecipazione di 630 Padri a Calcedonia, ai tempi di Papa Leone I di Roma e del Patriarca Anatolio di Costantinopoli, per combattere l'eresia del monofisita Dioscoro*, che negava l'umanità di Cristo.
* Il concilio, respingendo la posizione monofisita di Dioscoro, proclamò che, mentre Cristo è una singola e indivisa persona, Egli non è "da" due nature ma "in" due nature. I vescovi acclamarono il Tomo di San Leone il Grande, Papa di Roma (morto nel 461), in cui la distinzione tra le due nature è chiaramente espressa, anche se l'unità della persona di Cristo vi è ugualmente enfatizzata. Nella loro proclamazione di fede essi dichiararono la loro fede in 'uno e lo stesso Figlio, perfetto nella Divinità e perfetto nell'umanità, veramente Dio e veramente uomo... riconosciuto in due nature senza confusione, senza cambiamento, senza divisione e senza separazione; la differenza tra le nature non è in alcun modo rimossa a causa dell'unione, ma piuttosto si mantiene la peculiare proprietà di ciascuna natura, ed entrambe si combinano in una persona e in una ipostasi'. La Definizione di Calcedonia, si può notare, si rivolge non solo ai monofisiti ('in due nature senza confusione, senza cambiamento'), ma anche ai seguaci di Nestorio ('uno e lo stesso Figlio... senza divisione e senza separazione')
Costantinopoli 553
Convocato dall'Imperatore Giustiniano I, si svolse con la partecipazione di 160 Padri a Costantinopoli, ai tempi di Papa Vigilio di Roma e del Patriarca Eutichio di Costantinopoli, per combattere l'eresia di Origene.
Costantinopoli 681
Convocato dall'Imperatore Costantino IV Pogonato, si svolse con la partecipazione di 170 Padri a Costantinopoli, ai tempi di Papa Agatone di Roma e del Patriarca Giorgio I di Costantinopoli, per combattere l'eresia di monotelitismo (una solo volontà) di Papa Onorio di Roma.
La Definizione di Calcedonia ebbe come supplemento due concili posteriori, entrambi tenuti a Costantinopoli. Il quinto Concilio Ecumenico (553) reinterpretò i decreti di Calcedonia da un punto di vista alessandrino, e cercò di spiegare, in termini più costruttivi di quelli usati da Calcedonia, come le due nature di Cristo si uniscono per formare una singola persona. Il sesto Concilio Ecumenico (680-81) condannò l'eresia dei monoteliti, che sostenevano che, anche se Cristo ha due nature, dato che Egli è una singola persona, ha solo una volontà. Il Concilio replicò che se Egli ha due nature, allora deve avere anche due volontà. I monoteliti, sembrava, volevano sminuire la pienezza dell'umanità di Cristo, poiché la natura umana senza una volontà umana sarebbe incompleta, una mera astrazione. Poiché Cristo è vero uomo così come vero Dio, Egli deve avere una volontà umana così come una volontà divina.
Nicea 787
Convocato dall'Imperatore Costantino VI ed Irene, si svolse con la partecipazione di 367 Padri a Nicea, ai tempi di Papa Adriano di Roma e del Patriarca Tarasio di Costantinopoli, per combattere l'eresia degli iconoclasti.
Erano presenti:
San Giovanni Damasceno
San Teodoro Studita
Le dispute riguardo alla Persona di Cristo non cessarono con il concilio del 681, ma si estesero in forma differente nei secoli ottavo e nono. La controversia era centrata sulle Sante Icone, le pitture di Cristo, della Madre di Dio, e dei santi, che erano custodite e venerate sia nelle chiese che nelle case private. Gli iconoclasti, or distruttori di icone, sospettosi di ogni forma d'arte religiosa che rappresentava esseri umani o Dio, pretendevano la distruzione delle icone; la parte opposta, gli iconoduli, o veneratori di icone, difendevano vigorosamente il posto delle icone nella vita della Chiesa. La lotta non era un mero conflitto tra due concezioni di arte cristiana. Erano coinvolte questioni più profonde: il carattere della natura umana di Cristo, l'attitudine cristiana verso la materia, il vero significato della redenzione cristiana.
Il valore positivo delle icone come mezzo di istruzione; e infine la loro importanza dottrinale.
(1) La questione dell'idolatria: quando un ortodosso bacia un'icona o si prosterna di fronte ad essa, non è colpevole di idolatria. L'icona non è un idolo ma un simbolo; la venerazione mostrata alle immagini è diretta non alla pietra, legno e vernice, ma alla persona raffigurata. Ciò era stato evidenziato ben prima della controversia iconoclasta da Leonzio di Neapoli (morto attorno al 650): Noi non facciamo obbedienza alla natura del legno, a riveriamo e facciamo obbedienza a Colui che fu inchiodato alla Croce... Quando i due pali della Croce sono uniti assieme io adoro la figura a causa di Cristo che è stato inchiodato alla Croce, ma se i pali sono separati io li getto via e li brucio. Dato che le icone sono solo simboli, gli ortodossi non le adorano, ma le riveriscono o le venerano. Giovanni Damasceno distingueva con cura tra l'onore relativo di venerazione mostrato ai simboli materiali, e l'adorazione dovuta a Dio solo.
(2) Le icone come parte dell'insegnamento della Chiesa. Le icone, disse Leonzio, sono 'libri aperti che ci fanno ricordare di Dio'; sono uno dei mezzi che la Chiesa impiega per insegnare la fede. Chi manca di istruzione o di tempo per studiare opere di teologia ha solo da entrare in una chiesa per vedere sulle pareti, svelati di fronte ai propri occhi, tutti i misteri della religione cristiana. Se un pagano vi chiede di mostrargli la vostra fede, dicevano gli iconoduli, portatelo in chiesa e mettetelo di fronte alle icone. In questo modo le icone formano una parte della Santa Tradizione.
(3) Il significato dottrinale delle icone. Qui giungiamo al vero cuore della disputa iconoclasta. Posto che le icone non siano idoli, posto che siano utili per istruzione; ma come si può dire che siano non solo ammissibili, ma necessarie? È essenziale avere icone? Gli iconoduli sostenevano di sì, poiché le icone salvaguardano una completa e appropriata dottrina dell'Incarnazione. Iconoclasti e iconoduli erano d'accordo nel sostenere che Dio non può essere rappresentato nella sua natura eterna: 'nessuno ha mai visto Dio' (Giovanni 1, 18). Tuttavia, continuavano gli iconoduli, l'Incarnazione ha reso possibile un'arte religiosa per rappresentazione: Dio può essere dipinto perché è divenuto umano e ha preso carne. Si possono fare immagini materiali, sosteneva Giovanni Damasceno, di Colui che ha preso un corpo materiale: Nell'antichità il Dio incorporeo e incircoscritto non era affatto raffigurato. Ma ora che Dio è apparso nella carne e ha vissuto tra gli uomini, io faccio un'immagine del Dio che può essere visto. Io non adoro la materia, ma adoro 'il Creatore della materia, che per me è divenuto materiale e si è degnato di dimorare nella materia, e che attraverso la materia mi ha portato alla salvezza. Non smetterò di venerare la materia attraverso la quale la mia salvezza ha avuto luogo.
