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sito del Rev. Pietro Nazaruk

Il Suo Segreto d’Amore


Confidenze N° 12-23 Marzo 2005

Lo osservavo: il suo sguardo è puntato verso un luogo lontano. Un posto che solo da poco tempo ha assunto contorni precisi anche per me. Adesso, quan do vedo mio padre guardare l'orizzonte, so cosa vede. Tutto è cominciato quando il mio sogno di visitare la Grecia si è finalmente avverato. Da quando avevo questo desiderio? Che io ricordi, fin da bambina, e cioè da quando sentivo mio padre raccontare a me e ai miei fratelli di quando era partito per la guerra e aveva lasciato la Sardegna per essere mandato in Grecia, e poi del suo sbandamento dopo l'8 settembre 1943, della paura della vendetta dei tedeschi e di quando aveva trovato rifugio presso una famiglia di Atene che lo aveva accolto come un figlio.uisque nulla.

Mio padre si chiama Efisio, ma, quando viveva da rifugiato ad Atene, si faceva chiamare Gianni. È arrivato in Grecia nel 1943, a 23 anni.

La famiglia della signora Stravulla lo ha fatto nascondere in casa per settimane e lui, per sentirsi utile, si prendeva cura dei due nipotini della coppia. Poi, quando ha imparato la lingua greca, ha cercato di rendersi indipendente e, tutte le mattine, andava al lavoro e a fare la spesa e qualche altra commissione per tutta la famiglia.

Dopo due anni, è riuscito a ritornare in Sardegna e, poco tempo dopo, ha conosciuto mia mamma: con lei è stato il classico colpo di fulmine. Mio padre e mia madre si sono sposati dopo pochi mesi di fidanzamento e hanno subito avuto me e i miei fratelli. Mio papa stava benissimo con sua moglie e noi figli, ma non ha mai dimenticato la signora Stavrulla, che ha sempre considerato la sua mamma greca . E riuscito a ritornare ad Atene solo dopo 20 anni e, al suo rientro in Italia, ci ha raccontato la commozione che aveva provato nel rivedere la famiglia con cui aveva passato tanto tempo.

Insomma, mio padre non faceva che parlare della Grecia e della città di Atene, ed era ovvio che io, ascoltando i suoi racconti, sentissi l'esigenza di andarci. La verità è che mi sentivo un po' greca e sognavo di abbracciare la signora Stavrulla che consideravo come una nonna.

E così, un giorno di primavera, mentre l'aria tiepida ci accarezzava le guan ce, io e mia sorella ci siamo imbarcate dal porto di Brindisi per la Grecia. In valigia avevamo tanti rega li e le fotografie che mio padre aveva scattato nel periodo in cui viveva ad Atene. Quelle foto le avevo guardate a riguardate decine e decine di volte. Foto in bianco e nero, che ritraevano un giovane uomo in mezzo a due bambini in calzoncini corti. L'uomo sorrideva, timido e sfuggente, all'obiettivo. In altre, lo stesso uomo era seduto su un muretto di fronte a una casa bassa e bianca. C'era una luce fortissima e il bianco del muro era quasi accecante. Le foto erano in bianco e nero, ma io ero sicura che, nel giorno in cui erano state scattate, lì in Grecia c'era il sole. Quel giovane uomo era mio padre.

Mi ha sempre fatto uno strano effetto vedere le foto di quando i miei genitori erano giovani. Le guardo e non riesco a capacitarmi che quei bimbi, quei ragazzini e poi quei giovani siano le stesse persone che io chiamo mamma e papà. Eppure è così: anche i miei genitori sono stati giovani e, per un periodo della loro vita, noi, i figli, non eravamo nemmeno un loro pensiero. Già, noi non esistevamo e loro pensavano solo al futuro, un futuro di cui non sapevano nulla e che, a volte, li spaventava.

Io e mia sorella conoscevamo solo qualche parola di greco, ma, quando siamo arrivate ad Atene e abbiamo mostrato alla signora Stravrulla e al resto della famiglia la foto di Gianni dicendo che era nostro padre, ci hanno ricoperte di baci, abbracci e lacrime.

Grazie a Rita, una vicina di casa, abbiamo potuto comunicare in inglese e io e mia sorella abbiamo sentito gli stessi racconti fatti mille volte da nostro padre. A me faceva un effetto stranissimo. La casa della signora Stavrulla era proprio come ce l'aveva descritta papà: una sala da pranzo con un grande tavolo rettangolare e tante sedie, un piccolo soggiorno con una cassapanca al posto del divano, una camera matrimoniale e una stanzetta con un letto singolo, lo stesso letto dove aveva dormito mio padre e dove io e mia sorella abbiamo passato le notti strette come sardine.
La casa si trovava abbastanza vicino al centro di Atene, così noi due abbiamo visitato a piedi quasi tutta la città: le piazze immense, i monumenti maestosi, i viali pieni di traffico, le viuzze strette e tortuose.

Ricordo ancora la cordialità dei negozianti quando capivano che eravamo italiane. «Stessa faccia, stessa razza», non facevano che ripeterci. La cosa più emozionante, però, è stato visitare l'Acropoli e il Partenone. Mio padre c'era stato e io ricordavo una sua fotografia in bianco e nero scattata tra le rovine. Le mie foto a colori invece, mi ritraevano allegra e sorridente, seduta ai piedi dei monumenti.

Io e mia sorella siamo rimaste con la signora Stravulla per una settimana. Mi trovavo molto bene, ma, qualche volta, sorprendevo lo sguardo della signora su di me: mi osservava attentamente e mi sorrideva.

Poi, un giorno, eravamo in giardino, accanto a un albero con i fiori rossi, quando lei mi ha presa da parte e ha cominciato a parlarmi di Eleni, una sua nipote morta a 20 anni, dopo la fine della guerra.

Mi ha subito detto che le somigliavo molto, e io sono arrossita. Poi, mettendo insieme le poche parole d'italiano e d'inglese che conosceva, mi ha raccontato che Eleni e mio padre erano stati innamorati e fidanzati quando lui aveva vissuto ad Atene.

Io sono rimasta a bocca aperta: non ne sapevo niente. La signora, però, ha ripreso a raccontare e mi ha detto che, quando mio padre era ripartito per l'Italia, aveva promesso a Eleni di tornare al più presto ad Atene per sposarla.

Purtroppo, però, la morte prematura della ragazza aveva interrotto il suo sogno. Eleni era morta improvvisamente e, quando qualcuno della famiglia aveva scritto a mio padre per dargli la terribile notizia, lui aveva risposto che non avrebbe mai dimenticato quella ragazza meravigliosa e che un giorno sarebbe tornato ad Atene solo per andarla a trovare al cimitero. E, infatti, quando mio padre era tornato in Grecia, si era fatto accompagnare sulla tomba di Eleni e aveva pianto per ore.

Ho ascoltato le parole della signora Stravulla, attenta e commossa. Cercavo d'immaginare mio padre con quella giovane donna greca che mi somigliava, mi sforzavo di vederli insieme, abbracciati e innamorati. E cercavo di capire il dolore di mio padre quando gli avevano detto che Eleni era morta. Mi sembrava di vederlo, in piedi davanti alla tomba, con le lacrime che gli solcavano il viso ormai adulto e il cuore chiuso in un dolore sordo.

Il giorno prima della nostra partenza, la signora Stravulla ha portato me e mia sorella in un grande emporio e ci ha comprato due abiti bellissimi.

Per mio padre, invece, ha scelto una confezione di caffè turco. È stato proprio un belassimo regalo per lui, che ha sempre avuto nostalgia del caffè che beveva ad Atene. Al nostro ritorno in Italia, mio padre ha voluto che gli raccontassimo tutto e, per almeno una settimana, non ha fatto che guardare le fotografie dei suoi amici di un tempo, soprattutto quelle della sua mamma greca.

E a me, di colpo, è venuto in mente che mia nonna, sua madre, si chiamava proprio così: Greca. Quella coincidenza mi ha tolto il fiato.

Non ho mai parlato a mio padre della conversazione avuta con la signora Stravulla e non gli ho confessato di sapere tutto del suo triste amore per Eleni, ma, dopo questa esperienza, mi sono resa conto che anche lui, come me, era stato giovane e che il suo rivangare il tempo della guerra, nonostante le sofferenze patite, era il modo per tenere sempre vivo il ricordo di un periodo in cui era stato, malgrado tutto, felice. Ora che scrivo di lui provo tanta tenerezza. Io e mio padre viviamo insieme e, perciò, cerco di essere più tollerante con lui e le sue idee. Per questo, lo accontento anche quando vuole che gli prepari i suoi piatti preferiti, come quelli con tanto aglio (che io odio).

E adesso, mentre scrivo, di tanto in tanto, alzo la testa e lo guardo. Lui se ne sta lì a osservare fuori dalla finestra, perso nei suoi pensieri e nei suoi ricordi.

Sono passati tanti anni dal mio viaggio in Grecia. Mio padre ha 84 anni e mia madre è già morta da qualche anno. E, nonostante le promesse, non ho più rivisto la signora Stravulla e la sua famiglia. Quello di Eleni, invece, è rimasto il segreto di mio padre, e mi piace pensare che lui, qualche volta, riveda se stesso ventenne e sogni il loro giovane amore sbocciato tra le atrocità della guerra.

autore: Barbara Garasachelli