La vera natura dell’Iconografia ortodossa


Non prendete a modello questo mondo, ma siete trasformati dal rinnovamento del vostro spirito (Rom. 12,2)

Le icone, quindi, nοn sono solo commentari storici ma anche teologici per quel che riguarda i fatti della salvezza. Fozio Kontoglou osserva correttamente: «Le opere delle arti ecclesiastiche della Chiesa d'Oriente sono commentari alla parola divina». (Ekfrasis pag.XV)

La religione di Cristo è la rivelazione della verità attraverso il Verbo ineffabilmente incarnato. E questa verità non è altro che la conoscenza di Dio vero e del mondo spirituale. Questo mondo spirituale, tuttavia, non corrisponde affatto a quello che molti evocano quando usano il termine "spirituale".
Cristo chiama la Sua religione "un vino nuovo", "il pane che discende dal cielo". L'Apostolo Paolo ci insegna che se qualcuno è nel Cristo, è una nuova creatura.
L'antico è scomparso; guardate, tutto è nuovo ( 2 Cor, 5, 17). In una tale religione che rende il credente un "uomo nuovo", tutto, assolutamente tutto, è nuovo. Ed in particolare l'arte che, a gradi, si è formata sotto l'inspirazione dello spirito di questa religione, creata da essa per esprimere i propri Misteri. Questa arte è un'arte nuova, non assomiglia ad altre, nonostante quanto possiamo dire quelli che non hanno occhi che per le apparenze superficiali.

L'architettura di questa religione, la sua musica, la sua pittura, la sua poesia sacra utilizzando dei mezzi materiali, ma per nutrire lo spirito delle anime degli fedeli. Le opere prodotte con questi mezzi materiali sono come degli scalini che conducono i fedeli dalla terra al cielo, da questo stato terrestre e transitorio nello stato celeste ed eterno. Questa elevazione si produce nelle possibilità della natura umana.

E' per questa ragione che si qualificano le arti della Chiesa "anagogiche". Vale a dire che elevano i fenomeni naturali e li sottomettono alla "trasformazione magnifica". Sono denominate arte liturgiche poiché attraverso di esse tutti possono gustare l'essenza della liturgia con la quale Dio è adorato e l'uomo resta simile alle Coorti Angeliche, sensibile alla percezione della vita immortale.

La pittura liturgica della Chiesa, la pittura del culto, ha preso i suoi elementi costitutivi da Bisanzio, essenzialmente. Là è diventata parte integrante dell'Arca mistica di Cristo; là essa fu conosciuta con il nome di agiografia vale a dire pittura sacra; (la traduzione letterale di αγιογραφία (agiografia/hagiografia vale a dire scrittura sacra; nella tradizione ortodossa autentica, si parla di scrivere un'icona, non di dipingerla). Come per le altre arti appartenenti alla Chiesa, lo scopo dell'agiografia non risponde nel piacere ai nostri sensi carnali; al contrario, nel trasformare i nostri sensi carnali in sensi spirituali affinché nelle cose visibili nel mondo possiamo vedere ciò che, precisamente, va al di là del mondo.

Ecco perché l'arte dell'icona non cerca l'illusione teatrale. L'arte dell'apparenza è apparsa in Italia durante il Rinascimento, un periodo che non merita affatto il suo nome. Quell’arte, fondata sull'illusione, fu l'espressione di un Cristianesimo deformato dalla filosofia e ridotto al rango di un sistema di conoscenza materialista; fu l'espressione della Chiesa d'Occidente, essa stessa ridotta al rango di una potenza temporale. Il movimento è identico: la teologia si avvia sui passi della filosofia antica, la pittura, espressione di questa teologia, si avvia sui paesi degli artisti dell'antica idolatria. In fin dei conti, questo periodo merita il suo nome di Rinascimento, perché in verità, fu caratterizzato da un ritorno alla vita dell'antico modo di pensare carnale, quello del mondo pagano.
Mentre questi teologi sguazzavano nelle melme palustri della filosofia, perdevano anche oggi possibilità di comprendere e di gustare la freschezza dell'acqua viva del Vangelo, versato per la vita eterna, i pittori seguivano il medesimo camino: coloro che furono i promotori della "Rinascita" erano incapaci di comprendere la profondità mistica dell'iconografia liturgica dell'Oriente, l'arte sacra di Bisanzio.
I teologi pensavano di poter perfezionare la religione di Cristo con la loro filosofia. ad essi pareva troppo semplice poiché non potevano penetrare le profondità della sua divina semplicità. Allo steso modo i pittori pensarono, rendendola più naturale, di poter perfezionale l'arte liturgica, più comunemente chiamata are bizantina. Si misero dunque al lavoro, copiando ciò che era naturale: i volti, le vesti, le costruzioni, i paesaggi; tutto ciò doveva apparire nel suo medesimo razionalismo che animava i teologi nella ricerca di una teologia. Purtroppo, il genere di teologia che voi potete costruire a colpi di razionalismo è esattamente il genere di iconografia religiosa che potete ottenere mettendovi in testa di copiare la natura. Ecco perché le loro opere non hanno alcun Mistero, alcun carattere realmente spirituale. Comprendete bene ciò che avete sotto gli occhi: una mascherata dove degli uomini si fanno passare per santi, e non dei santi veritieri. Guardate le innumerevoli rappresentazioni della Madre di Dio: le "Madonne" nelle loro pose ipocrite! E quelle che spargono lacrime, sono le più ipocrite, con le loro false lacrime!

Dei cadaveri, degli idoli per uomini vani e superficiali! Il nostro popolo, profondamente nutrito per secoli dalla religione di Cristo, può sembrare all'osservatore esterno privo di un'educazione solida secondo i criteri del mondo. Ma guardate come chiama franco -Deipara (una madonna franca), una donna che manifesta una rispettabilità tutta apparente, indicando così chiaramente la distinzione fra una Madonna franca e la Vergine, la Madre di Cristo nostro Dio, l'austera Odighitria (Colei che mostra il camino). Ella, più venerabile dei Cherubini e più gloriosa incomparabilmente dei Serafini. In altre parole, nella maniera più semplice possibile il popolo indica senza ambiguità il fossato che separa l'arte di questo mondo e l'arte che appartiene al culto.

Allorché volevano dipingere le visioni soprannaturali della religione, i pittori religiosi dell'Occidente prendevano per modelli certi fenomeni naturali: le nuvole, la luna, il tramonto, l'astro solare con i suoi raggi. Con questi mezzi cercavano di tracciare il ritratto della gloria celeste e del mondo dell'immortalità. Chiamavano spirituale ciò che era sentimentalità, appello alle emozioni, vale a dire tutto il contrario della verità spirituale.

Sforzi vani! La beatitudine dell'altra vita non è in alcun modo una continuazione del piacere emozionale del mondo; non ha alcun rapporto con la soddisfazione dei nostri sensi come in questa vita. Parlando della beatitudine futura, l'Apostolo Paolo ci dice che è tale che alcun occhio ha mai veduto, alcun orecchio ha mai udito, tale da non essere entrata mai nel cuore dell'uomo (1 Cor. 2,9).

Come può questo mondo, talmente lontano da tutto ciò che l'uomo può soddisfare con i suoi sensi, essere rappresentato da un'arte "naturale" che fa appello ai sensi? Come dipingere ciò che passa la natura ed i sensi? Naturalmente l'uomo deve prendere degli elementi del mondo predettibile a causa dell'ineluttabilità della percezione sensoriale; ma, per mezzo loro, deve essere capace di esprimere "ciò che sorpassa i sensi"; deve dematerializzare questi elementi, farli passare su un piano più elevato, assicurare la loro trasmutazione da elementi carnali in clementi superficiali, ad immagine della fede che trasfigura i sentimenti umani portandoli dalla sfera carnale a quella spirituale. San Giovanni Climaco descrive chiaramente un tale fenomeno: Ho visto delle anime, che si abbandonavano con passione all'amore carnale, ricevere la Luce ed impegnarsi nella via di Cristo; allora quella feroce passione carnale si mutava per grazi divina in un potente amore del Signore all'interno stesso di quelle anime (La Scala, V- 28).

Anzi, gli stessi elementi materiali che l'iconografia bizantina ha estratto dal mondo dal mondo materiale dei sensi si sono trovati trasformati in modo soprannaturale in realtà spirituali. Passati attraverso l'anima pura di un uomo vivente secondo il Cristo, come l'oro in un crogiuolo, esprimono, per quanto sia possibile comprendere da parte di un uomo rivestito di un corpo materiale, ciò che l' Apostolo Paolo ha indicato allorché ha parlato di ciò che l'occhio non ha giammai veduto e di ciò che non è entrato nel cuore di alcun uomo.

La bellezza dell'arte liturgica non è carnale ma spirituale. Chi giudica questa arte con i criteri del mondo non può che concludere che le rappresentazioni umane nell'arte bizantina sono laide e riprovevoli. Per il fedele, al contrario, esprimono la bellezza dello spirito, quello che noi chiamiamo "la trasformazione angelica".
L'Apostolo Paolo ci dice: "Noi (che predichiamo il Vangelo e viviamo secondo il Cristo) siamo a causa di Cristo un odore soave per Dio in coloro che sono salvati e in coloro che periscono. Per coloro che hanno in essi un profumo di morte (carnale), noi siamo profumo di morte; per coloro che possiedono un profumo di vita, noi siamo profumo di vita" (2 Cor.2, 15-16).

E come insegna il beato santo Giovanni Climaco - che il suo nome sia benedetto - Vi era un asceta che, alla vista di un copro di singolare bellezza, uomo o donna, prendeva ogni volta occasione per glorificare Creatore di quella persona con tutto il cuore; e quel solo sguardo eccitava il suo amore per Dio e gli faceva versare un torrente di lacrime. Ed era sorprendente vedere che ciò che avrebbe potuto essere una rovina per l'uno, diventava per l'altro, in un modo che supera la natura, l'occasione di vittoria. Chiunque gode sempre di tali sentimenti e si comporta sempre in tale modo è già resuscitato incorruttibile prima della comune resurrezione ("La Scala”, XV-58).

autore: F Kontoglou (1885-1965)