Icona - Rivelazione


Se viene da te un pagano, dicendo: mostrami la tua fede, tu lo porterai nella chiesa e lo metterai davanti a vari tipi di sacre immagini

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Nell’iconografia ha trovato la sua espressione un insegnamento ortodosso – l’esicasmo: Dio non si può conoscere nella sua essenza. Però Dio si manifesta con la sua grazia, attraverso un’energia divina, che Lui effonde nel mondo. Dio emana nel mondo la luce. L’esicasmo (dalla parola greca isichia = pace, assenza di aria) è anche la scienza del cammino di unione con Dio attraverso la penitenza: "Purificato dalla penitenza e dai fiumi di lacrime io stesso divento dio attraverso una unificazione inesprimibile". Così scriveva il filosofo religioso bizantino, Santo Simeone il Nuovo Teologo (949-1022).

Questo spiega ancora una volta, perché i volti dei santi nelle icone si chiamano visi, cioè volti di coloro che si trovano fuori del tempo, nell’eternità. E proprio per questo i tratti individuali del volto, che sono attributi accidentali della temporale vita terrena, rimangono soltanto come dei segni, che non è necessario fissare.
Il viso è un volto che si è liberato dalle passioni mondane, che si è trasformato spiritualmente. Si può riconoscere o distinguere un santo dall’altro soltanto da una serie di segni canonici (libro, vestito, barba, baffi, ecc.). Questa serie è una specie di costante iconografica, ripetuta senza cambiamenti in ogni rappresentazione di quel santo nelle diverse icone delle varie epoche.
Tuttavia, anche se i visi, volti, sono simboli della profonda spiritualità dell’uomo, essi sono pure volti di persone. E la stessa faccia dell’uomo diventa un’icona, perché "l’uomo porta impressa in se stesso l’immagine di Dio più perfettamente degli angeli, che sono puri spiriti". L’uomo, la sua carne, il suo volto sono stati santificati da Cristo nel grande mistero dell’Incarnazione. "Dio ha assunto la natura umana, che aveva preparato fin dal principio come Suo vestito, in cui si è avvolto attraverso la Vergine Maria".
Ma le icone non raffigurano la carne, come lo faceva l’arte dell’antichità pagana. Loro riportano soltanto quei tratti visibili, che esprimono le caratteristiche invisibili del Prototipo, quali l’umiltà, la bontà, la pazienza, la semplicità, la mitezza.

Le icone non possono essere comparate con altre opere d’arte nel senso comune della parola. Le icone non sono dei quadri. I quadri, con i loro lineamenti e il loro colore, narrano degli uomini e degli avvenimenti della realtà legati con i naturali rapporti di causa- effetto. L’icona è una finestra verso il mondo di un’altra natura, però questa finestra è aperta soltanto per quelli che hanno la vista spirituale. Per potersi avvicinare alla comprensione delle icone, bisogna vederle con gli occhi di un credente, per il quale Dio è una realtà indiscutibile.
Nel corso della storia, ci sono stati anche dei dubbi sul quello che riguarda la rappresentazione delle icone. La regolamentazione dell’iconografia nel Bisanzio, era il risultato di lunghe discussioni e lotte, legate all’iconoclastia. Una delle più importanti cause dell’iconoclastia era la pressione ideologica e militare dei musulmani sull’impero bizantino

Nel 730 l’imperatore bizantino Leone III ha proibito il culto delle icone. Prima di diventare imperatore, lui aveva lavorato molto nelle province orientali dell’Impero e si trovava sotto l’influsso dei vescovi dell'Asia Minore, i quali, a loro volta influenzati dall’islam, cercavano di purificare la religione cristiana da ogni elemento materiale, sensibile, non spirituale. Molte icone,mosaici, affreschi furono distrutti. Però la venerazione delle icone non si è fermata, anzi continuava anche se i suoi seguaci erano crudelmente perseguitati. Il culto delle icone fu riammesso temporaneamente nel 787 dal VII Concilio Ecumenico, e definitivamente nel 843.

Uno dei più autorevoli difensori della venerazione delle icone è stato San Giovanni Damasceno (675-750 circa), grande teologo e politico; i suoi argomenti hanno influenzato le decisioni del VII Concilio Ecumenico. San Giovanni Damasceno insegnava che l’interdizione dell’Antico Testamento di fare immagini di Dio, aveva un carattere temporale: "Nell’antichità nessuno faceva immagini di Dio. Adesso però, dopo che Dio si è manifestato nella carne ed è vissuto in mezzo agli uomini, noi facciamo immagini del Dio visibile. Non faccio l’immagine della Divinità invisibile, faccio l’immagine del corpo di Dio che ho visto...". San Giovanni Damasceno scriveva che Dio è venuto per gli uomini nel suo Figlio Gesù Cristo, il quale entra nel mondo degli uomini e accoglie il corpo umano: "perché abbiamo bisogno di quello che è simile a noi".

Per questo l’icona - immagine - non è una copia di quello che è rappresentato, bensì il simbolo, con l’aiuto del quale possiamo arrivare fino alla comprensione del Divino. L’icona gioca il ruolo del mistico mediatore tra il mondo terrestre e quello celeste. Così è stato delimitato il senso dell’iconografia.