L’itinerario alto-medievale della città di “Tului” a Nuraghe Mannu (Dorgali)


Monte Santo – Aghios Oros, il giardino di Maria

Il massiccio calcareo che attornia il Golfo di Orosei si è chiamato fino all’ottocento Monte Santo. Dal VII secolo all’VIII secolo l’Impero Romano d’Oriente per cristianizzare le zone interne creò l’effimera Diocesi di Krisopoli e ne ubicò la sede più all’interno di quella soppressa nel VI secolo di Forum Traiani forse a Orani (dove vi è il luogo di culto mariano più importante della Sardegna Antica) nell’attuale Provincia di Nuoro, essa aveva giurisdizione sulla zona centrale e su quasi tutta la Costa Orientale, Monte Santo e Ogliastra compresi, e quando quella sede era vacante anche su Phasanae (Olbia).

Questa Diocesi aveva il più vicino sbocco al mare nel Monte Santo nello specchio d’acqua dove stazionava la potente flotta di Bisanzio nel tratto di costa antistante la cittadina di Nuraghe Mannu di Pranos a Dorgali una delle più popolate della sua costa. L’Impero Romano d’Oriente aveva donato alla sua amata Chiesa un’immensa proprietà demaniale costituita da monti, salti boscati e da proprietà fondiarie da destinare all’agricoltura nell’area circostante e sovrastata dal massiccio calcareo del Monte Santo dove erano ubicati i centri appartenenti al clero monastico greco a Sant’Elena di Siddie (Urzulei), a Sant’Aronau di Olevani (Urzulei), a Pranos, nell’Itria di Filine (La Mirabile a Dorgali), a Sant’Elena e Costantino di Scopetè (del Belvedere a Iscopidana Dorgali), a Santa Elisabetta Vun’Aghia (Sant’Elisabetta dei Santi Monti a Dorgali), a Santo Stefano Protomartire d’Icorè, nell’Itria di Dorgali, a San Pietro di Biriddo e di Iloghe (Dorgali), a San Basilio d’Iloghe (Dorgali), a Santa Cristina di Isalle (Dorgali), a San Pietro e Sant’Eulalia di Dilisorre (Dorgali).

La Diocesi di Chrisopoli aveva come Santa Patrona l’Odighitria, protettrice dalle invasioni arabe, da cui la definizione di Miriensis Ecclesia, la Chiesa di Maria. La Madonna d’Itria dei greci è stata a seconda dei tempi chiamata La Madonna della Civita dai frati latini presenti dopo lo Grande Scisma (1054), La Madonna del Buen Camino in periodo spagnolo. Anche questa diocesi sarda funse da luogo di rifugio delle elites cristiane esuli dal Nord Africa conquistato nel 698 d.C., tra i quali un centinaio di vescovi che minacciati dai mussulmani ai quali non si erano voluti sottomettere trovarono rifugio in Sardegna portando le preziose reliquie dei santi africani: San Cornelio Cipriano, Santa Caterina di Alessandria, San Potito, Sant’Andrea. I frati studiti e basiliani di rito greco allora gestivano queste proprietà lavorate dai contadini locali che abitavano nei piccoli centri abitati vicino alle chiese, questo clero monastico prevedeva per la sua formazione un periodo di studio religioso nel convento ed un altro periodo in totale remitaggio per alcuni anni in luoghi selvaggi tra privazioni, stenti e poco cibo. Il luogo che veniva utilizzato come palestra spirituale era il Monte Santo dove non mancano i nomi di luoghi che lasciano trasparire il riferimento alla frequentazione di questi eremiti i donnos remitanos: Conca (grotta) de Donnu, Sa Rutta de Sas Monzas, Arramenau (Romeone), Barisone, Evaristo (Farutzu), Ghivine (Gavine), Donnu Santoru ecc. Ma con i bizantini ormai bloccati oltre il Canale di Sicilia poco potè l’Odighitria contro gli arabi alle porte che iniziarono a minacciare le coste sarde ed anche quelle del Monte Santo occupandole nel 705 e forse anche nel 710 d.C., nel 753 d.C. La costa del Monte Santo fu abbandonata e i religiosi e la popolazione della costa si rifugiò nei centri dell’interno. La Diocesi di Krisopoli, la Diocesi di Maria, tra attacchi barbareschi e un tragico isolamento, decadde alla fine del VIII secolo e l’eredità fù assunta per un periodo da Olbia (Phasanae) che forse proprio a suggello di questa eredità fu poi chiamata dai latini Civita. Solo alcune carte medioevali riportano sotto Capo Comino una vasta regione geografica chiamata la Civita Diruta (Distrutta). Alcune di queste proprietà dopo lo Scisma di Michele Cerulario nel 1054 che riportò al rito latino la chiesa sarda furono cedute ad ordini o fondazioni latini: cassinesi, vittoriani Opera di Santa Maria di Pisa altre furono gradualmente abbandonate dagli abitanti. Oggi la Chiesa sarda è una chiesa di culto greco e di rito latino, ieri quando fù Religione di Stato dell’Impero Bizantino era anche di rito greco, seguiva più i dettami di Bisanzio che di Roma. Il Vescovo di Nuoro il vero erede dell’antica diocesi interna di Chrisopoli si fregia ancora del titolo di barone di Biriddo e Pranos a testimoniare la antica proprietà della Chiesa su queste terre e questi titoli testimoniano in modo inconsapevole una storia troppo antica e incerta per voler essere ricordata dai moderni.

Ll monastero dei benedettini di Olevani ipotesi cassinese della dedicazione a san Pantaleone di Plevano nel Montesanto: “sant’Aronau de Olevani”, ipotesi vittorina della dedicazione a sant’Onorato dell’Isola di lerino ipotesi cassinese della dedicazione a san Pantaleone di Olevano
A Urzulei in regione Su Murtargiu (sotto Genna Silana) esistono i ruderi di una chiesa che potrebbero suscitare l’interesse degli storici alto medioevali infatti in prossimità di Sant’Aronau di Olevani, i cui resti visibili, era associato un cenobio e una corte, dei quali sono visibili i ruderi in località “S’Arcu de Sa ‘Idda”.
Si tratta di valenze archelogiche che non sono state oggetto di campagne di ricerca. L’ipotesi può essere quella che Sant’Aronau sia stato interessato dalla cessione effettuata dal Giudice cagliaritano Torchitorio I all’ordine latino dei benedettini cassinesi di Monte Cassino che si sostitutì agli ordini monastici orientali. Inoltre sempre in seguito alle verifiche di risultanze documentali medioevali sono stati ritrovati i resti di un altro edificio sacro con i resti di un centro curtense, in località “Su Cucuttau” in regione “Ludine”, le cui pietre furono utilizzate per realizzare la recinzione di un orto da un latitante di Fonni, tal Marratzu, dove secondo la le affermazioni dei più anziani, a Urzulei fu il primo a coltivare nell’800 le patate. Forse era proprio questa la chiesa di San Giuseppe citata dall’Angius dedicazione della quale si è perso il ricordo ma che risulta dalla documentazione. Nella regione “Orgosoloni” in località “Donnu Santoru” in direzione di “Olevani” vi è la presenza di resti di un altro edificio medioevale forse Santa Maria.
Queste chiese alle quali occorre aggiungere quella di Sant’Elena di Siddie e il suo centro curtense a poca distanza potrebbero essere appartenute all’’unica proprietà monastica benedettina estesa centinaia di ettari cosiccome risulta da documenti altomedievali del Giudicato di Cagliari dove si tratta della concessione effettuata nel 1099 dal Giudice Torchitorio I ai benedettini cassinesi del Monastero di Santa Maria e di San Pantaleone di Olevano quale centro di produzione agricola costituito da più edifici religiosi con annessa una corte costitutita da servi e armenti. Il Monastero come era tipico di quei tempi e interessava l’area attraversata da un’importante via di comunicazione: l’orientalis romana. Anche se la promessa della cessione risale al 1066 ed al giudice Orzocco. Il Giudice Torchitorio I conosceva bene i luoghi del proprio giudicato della Sardegna Orientale per esempio assecondando la gelosia della sua seconda moglie Vera e in seguito alla sua imposizione esiliò nella città limitrofa di Galtellì la sua amante che aveva tanto tormentato i pensieri della sua prima moglie. L’Ogliastra veniva chiamata “Barbaria” dalla cancelleria giudicale cagliaritana. Di un suo decreto di esenzione fiscale ne usufruì la popolazione da Osono fondando un nuovo villaggio Triei. L’allora Abate Priore Desiderio (poi diventato papa Vittore III) del Monastero di Montecassino dopo la richiesta del Giudice inviò un drappello di frati nell’isola che facevano riferimento in Sardegna alla casa madre collocata a Santa Maria di Flumentiepido nei pressi di Villa di Chiesa (Iglesias).
Nella documentazione medioevale inoltre si cita un certo Oberto di Olevano, forse un religioso, che rappresentava la Repubblica di Genova in alcune trattative diplomatiche con la Repubblica di Pisa per dirimere i dissidi sui loro interessi in Sardegna. I riferimenti di questo cenobio potrebbero essere proprio del territorio di Urzulei e indicherebbero una proprietà monastica estesa, i cui limiti non sono accertati, nella attuale regione di Silana e Codula di Luna che potrebbe aver avuto anche dissidi confinari con le comunità locali vicine: Urzulei, Eltili, Sivillini. La durata della presenza cassinese in agro di Urzulei non è accertata anche se probabilente riferibile genericamente al secolo XIII secolo. Olevano rappresentava lungo la costa orientale sarda il centro più settentrionale del Giudicato di Cagliari e della diocesi di Suelli. Nel 1117 il monastero di Olevano fu probabilmente oggetto della visita pastorale di San Giorgio Vescovo di Suelli. Il termine assonante olivetani era l’altro nome dato ai benedettini infatti si parla anche di San Pantaleone di Olivetano in luogo di Olevano. I cassinesi nella riunione degli stamenti ecclesiastici del 1350 convocata dal sovrano aragonesi Pietro IV non erano più presenti, probabilmente non si erano inserite nella dinamica politica sarda fino a poco tempo prima dominata dalle Repubbliche Marinare, soprattutto Pisa. Comunque in Sardegna i cassinesi finirono per essere travolti dagli altri ordini benedettini più fedeli a Pisa con i quali furono sostitutiti dal potere politico legato ai pisani (in particolare in favore dei benedettini camaldolesi). Ad Olevano anche gli edifici di culto rimasero quelli bizantini molto modesti nella loro fattura a dimostrare che l’attività economica che si svolgeva ad Olevano era di pura sussistenza con poco valore aggiunto da destinare alla costruzione di edifici più dignitosi. Ma l’attività di questi frati era importante per la diffusione della cultura cristiana e forse anche agronomica. Questo comunque spiega che l’origine del nome di “Monte Santo” dato nel recente passato all’accrocoro calcareo che circonda il Golfo di Orosei fosse dovuto alla presenza proprio in agro di Urzulei dell’importante monastero benedettino e cassinese del Giudicato di Cagliari.

“L’ardia di sant’Elena e Costantino nella Villa di Iscopidana”
A “ISCOPIDANA”, località a tre chilometri a Sud di Dorgali, sull’incrocio della strada comunale asfaltata che ai piedi della collina di Sant’Elena conduce a Sud a Filieri e a Ovest a Istipporo, sono ancora visibili i resti di conci perfettamente squadrati di chiara fattura medioevale, di cocci e di tegole sul terreno e sui muri dei tancati. Qui sulla strada romana orientalis si ubicava il borgo di Scopeta (fonte Fara), della Gallura Inferiore.
Scopeta iniziò il suo inesorabile declino nel XIV secolo, l’esosità dei feudatari aragonesi e la peste nera del 1376 diedero il colpo di grazia finale e la resero definitivamente deserta. “Iscopidana” aveva quale parrocchiale Sant’Elena Imperatrice. Nelle collettorie pontificie costituiva sempre un’unica rettoria con il paese di Sivillini (Siffilinu per il Fara, Sifilionis per l’attribuzione feudale aragonese nel 1358) nelle così denominato nelle collettorie pontificie (l’attuale località di Filine della Valle di Oddoene, in agro di Dorgali). Nel censimento dei Pisani del 1317 si riportano due centri con l’accezione di Scopetu e di Sifilionis nella Curatoria di Galtellì ma due paesi con nomi simili furono allora ascritti alla Gallura Superiore denominati sempre come Scopetu e Sifilionis. Quindi come Locoe, Torpè e Siffilionis, alla Villa di Scopeta corrispondeva un paese denominato con un’accezione molto simile in un’altra parte della Gallura. Storici quali Alberti, Besta, Casalis, Casula, Fara, Manno, Murineddu, Terrosu Asole ribadiscono che la Villa di Scopeta era ubicata nella Gallura Inferiore e nella Curatoria di Galtellì. In un documento del XI secolo si riporta che il paese sempre associato amministrativamente alla Villa di Scopeta e cioè Sifiliu (Sifilinu) era allora giurisdizione del Giudicato di Arborea e non della Gallura. Forse questa potrebbe essere un’ipotesi sulla ragione della confusione. Oppure pur permanendo i centri menzionati nella Curatoria di Galtellì di Scopeta e di Siffilionis censiti da parte pisana nel 1317 gli stessi facevano comunque parte della Diocesi di Civita, che precedeva quella di Olbia e di Galtellì e le incorporava tutte e due, per via della irregolarità dei confini cosa che si verificava spesso nel Medioevo.
Questo potrebbe anche significare che nel 1317 il confine tra la Diocesi di Civita e quella di Galtellì poteva essere in prossimità di Scopetu segnato dal Rio Caddaris e a mare dalla Codula di “S’Abba Meica”, includendo Siffilionis e la citta costiera abbandonata di Nuraghe Mannu. Anche la Corte di Gisalle presso la Villa di Isalle faceva parte della Diocesi di Civita (Olbia) e non di quella di Galtellì. Questo poteva essere determinato dal fatto che tutto questo territorio prima della istituzione della Diocesi di Galtellì e di Civita apparteneva ad una Diocesi presistente che le ricomprendeva entrambe molto più estesa che solo in un’ultima fase fu determinata in Civita. La permanenza di Scopetu e di Sifilionis nella Diocesi di Civita lascia intendere che in questi due centri vi era una qualche valenza religiosa importante oppure si può ipotizzare l’esistenza sulla costa di una valenza religiosa importante dell’antico vescovo della diocesi unitaria, importante a tal punto da non consegnare quest’area alla neo istitutita diocesi di Galtellì.

Scopeta e Sifilionis erano ancora popolati nel 1338 e poi nel 1358. Gli abitanti vivevano prevalentemente della coltivazione della vite e dell’olivo come testimonia il toponimo “Sos Mucarzos” che viene dal latino “Dolium Armucarium” (Fabio Fancello: Voci di un Mondo Remoto”), di pastorizia ovina e caprina coltivavano ortaggi e cereali, prevalentemente frumento e orzo, ed erano di condizione servile a favore del feudatario aragonese, la cui amministrazione secondo la tradizione orale (infatti alcuni anziani citavano come detto Sa Marchesa de Goreone) poteva essere stabilita nel Castello di Goreone (Cfr Golione del Manno, Goreone per i dorgalesi, Goronai per gli olianesi da cui il cognome Golonai) paese probabilmente ubicato a Santa Ligustina (Santa Agostina, forse dedotta erroneamente da una sigla dell’architrave della Chiesa “El.eCost.in” e cioè Sant’Elena e Costantino) a 4 chilometri da Oliena e facilmente raggiungibile da Scopeta e da Sifilionis passando da Surtana e poi da Lanaitto, quindi senza attraversare il Cedrino, contrariamente a Dorgali, infatti si trattava di un fiume privo di ponte fino alla Bassa Baronia e quindi difficilmente guadabile in inverno nella maggior parte del suo corso.
La confinante donnicalia di Santo Stefano de L’Igori gestita dall’Opera di Santa Maria di Pisa, entrò in crisi come sistema di scambi commerciali nei primi decenni del XIV secolo per l’impossibilità pisana a commerciare sotto il dominio aragonese. “Sopeta” come “Sifilionis”, sovvertiti i precedenti confini delle diocesi dai vincitori aragonesi, condivisero gli stessi feudatari iberici di Dorgali, centro confinante, dopo essere appartenuti a Sibilla di Moncada vedova di Giovanni di Arborea che possedeva per un breve periodo le terre della Curatoria di Orosei e Galtellì. Nel 1358 Scopeta fu infeudato a Macia de Torrens, poi a Gerardo de Torrens che la lasciò alla sua morte alla vedova la Marchesa Sibilla de Torrens. La peste del 1376 (fonte Angius) il cui virus si diffuse per via aerea con le modalità e la rapidità di un’odierna influenza rese tragicamente deserta “Scopeta” uccidendo indistintamente adulti, vecchi e bambini. I pochi abitanti superstiti dei paesi appestati per sopravvivere all’esosa tassazione aragonese ed alle ruberie dei prepotenti prendevano loro malgrado la via dei centri vicini che se ne accaparravano le terre. I morti per la peste, in seguito alle disposizioni che allora venivano impartite dalle autorità sanitarie medievali, in genere venivano sepelliti in grotte e chiusi con muretti a secco con sepolture comuni e il trasporto dei cadaveri veniva effettuato da monatti e cioè da persone immunizzate che erano sopravvissute al morbo. Della Villa di Scopeta resta l’incosapevole ricordo del nome dato alla omonima collina dalla dedicazione a Sant’Elena della sua parrocchiale e il fatto che la memoria orale di alcuni anziani riportasse la corsa dei cavalli sardi domiti non ferrati che si teneva nella parte alta della collina facendo ripetutamente circuitare i cavalli su un angusto tracciato stradale vicino all’acrocoro vulcanico. All’inizio della pista è ubicato ancora oggi il pozzo, usato per i riti religiosi, detto di “s’Animadorzu” la cui acqua infondeva coraggio ai cavalli ed ai cavalieri. Qui dove si trova l’edificio sacro di Sant’Elena e Costantino ed era presente un cenobio di rito orientale. La tradizione greca, vigente in periodo giudicale, festeggiava Sant’Elena il 21 di maggio congiuntamente con il suo illustre figlio Costantino Imperatore, tredicesimo apostolo per i cristiani orientali e per i sardi. Nel libro “Il Cristo di Galtellì” dell’Alberti viene dato per certo che la parrocchiale di “Scopetu” fosse la Chiesa di Sant’Elena e San Costantino. Che la collina di Sant’Elena fosse già dedicata anche a San Costantino lo testimonia proprio quella corsa di cavalli con la quale il borgo di Iscopidana voleva dare il suo contributo per ricordare la sconfitta inflitta da Costantino al suo avversario Massenzio sul Ponte Milvio preceduta dalla visione della croce da parte del vincitore. Il primo incrocio di Filieri viene ancora oggi chiamato “Sa Ruche de Iscopidana”.

La Civita diruta a sud di Capo Comino delle carte alto medioevali: Thulki a Nuraghe Mannu.
Alla fine degli anni settanta del secolo scorso un ultranovantenne tziu Istene Fancello noto Marinu incurvato dagli anni e sostenuto da un bastone nodoso prendeva il fresco sulla Via Lamarmora la via principale di Dorgali. Ad alcuni ragazzi che lo attorniavano chiacchierando del più e del meno riferì che si tramandava che Dorgali era in altri tempi sulla costa di “Fuili” e che i “moros” obbligarono gli abitanti a ritirarsi nell’entroterra.
Il Villaggio di Nuraghe Mannu non viene ricordato con un nome proprio ma con un nome comune. Può darsi che il nome proprio fosse molto simile a Dorgali per cui si dava per scontato non determinarlo in modo specifico. In premessa occorre dire che vi è sempre qualcosa di vero nelle tradizioni orali. Su alcune cartine medioevali compare una regione geografica, a volte rappresentata come una realtà urbana costiera, che viene descritta come la “Civita Diruta” a Sud di Capo Comino dove quest’ultimo era uno dei riferimenti più certi ed inequivocabili per i cartografi medioevali.
Infatti tutto questo pone il problema di capire dove fosse la Citta o la Regione di Civita Diruta collocata in queste carte medioevali (per esempio Descriptio Sardiniae Insulae – Per Gerardum Mercatorem cun privilegio) più a Sud di Capo Comino visto che la sua restituzione cartografica non coincide con la Feronia di Posada collocata più a settentrione.
Le invasioni barbaresche sono quelle che infestarono le coste sarde durante tutto l’VIII secolo. Storicamente è attestato il gravissimo e distruttivo attacco subito da una cittadina di nome Sulci nel 705 d.C. da parte di una flotta saracena armata dal Califfo d’Egitto. Questa flotta depredò delle sue ricchezze la cittadina, uccise una parte della popolazione, ne deportò un’altra parte verso il Nord Africa per essere venduta come schiava. Qui la flotta finì per arenarsi sulle coste tunisine ed essere a sua volta sequestrata con il suo bottino dal Bey di Tunisi. Sulci fu scelta quale obbiettivo proprio per il suo isolamento geografico sulla costa orientale e dall’entroterra, i passi sulla montagna erano solo tre: Iscala Romana, Iscal’è’Acas e Iscala è Irgottai facilmente controllabili e che una volta chiusi potevano intrappolare i residenti. Questo la rese facilmente attaccabile dagli arabi che la scelsero quale obbiettivo militare più abordabile tra le città sarde nella costa orientale, quella meno difendibile dall’Impero Bizantino. Nello stesso periodo nella costa orientale si spostarono verso l’interno: Gairo, Baunei, Perdas de Fogu ecc.

Durante tutto il VII secolo aveva proceduto a tappe forzate la cristianizzazione attuata dall’Impero Bizantino che contestualmente schierava la sua flotta del Tirreno a difesa dell’Impero. Il declino dell’Impero determinava l’anarchia dell’entroterra più facilmente soggetto alle ruberie ed alle grassazioni delle bande armate dei fuorilegge locali che sconfinavano spesso sulla costa mettendo a repentaglio i più importanti centri burocratici religiosi della costa. L’Impero Bizantino conscio delle proprie difficoltà e del suo inesorabile declino cercava di presidiare precipuamente le zone costiere perfezionando il sistema della “Themata” e cioè dello sfruttamento delle terre demaniali a fini militari o armando i contadini, o nel caso questo non fosse possibile gravandoli di pesanti tasse a favore dell’esercito oppure cedendo le terre ai “cavallarion” (càddaris) e cioè agli agricoltori soldato. Il moto dell’esercito bizantino era: “Lottiamo per la Gloria di Dio, la vittoria e la Sua e Lui punirà i miscredenti” (Peleamus po more de Deus, sa ‘ittoria est sa Sua e Issu at castigare sos miniscreentes”). Chi non serviva o non pagava le tasse all’esercito bizantino e chi non si convertiva veniva punito severamente... Solo l’abbandono della Sardegna da parte di Bisanzio nei primi anni del IX secolo queste terre furono cedute alla Chiesa che ereditò e continuò la tradizione di Bisanzio tenendone vivo vanamente il ricordo per alcuni secoli. La flotta bizantina che nell’ottavo secolo continuava a stazionare sul Tirreno faceva la spola sottocosta tra la Sardegna ed il Ducato di Gaeta, di Amalfi e di Napoli...

Perché la tradizione orale faceva riferimento a “Fuili”. A “Fuili” presso Cala Gonone, frazione di Dorgali, vi è ancora oggi una valenza archeologica importante: Nuraghe Mannu e Nuragheddu ai quali si aggiunge Nuraghe Arvu costituiti il primo da 500 capanne nuragiche e capanne romane (fonte Taramelli) e gli altri da altrettante centinaia che potevano contenere una popolazione di oltre a tremila abitanti. Si trattava di una realtà popolata sicuramente di primaria importanza nella costa sarda equivalente facendo le debite proporzioni della esigua popolazione di allora con una odierna cittadina di trentamila abitanti. Questa realtà rimase popolata per tutto l’VII secolo passando improvvisamente da una grande vivacità sociale ed economica al repentino crollo demografico dovuto alle incursioni barbaresche ma non solo.
San’Efisio, generale romano nel IV secolo fu inviato da Gaeta dove aveva combattuto gli Agareni (saraceni) a difesa di una città costiera minacciata dai barbaricini e nella Passio Vaticana scritta nell’Alto Medioevo dal presbitero Marcus, e precedente alla Passio Calaritana del XV secolo che parla di Tharros, si dice che Efisio sbarcò in Sardegna con le sue truppe presso “Portus Tyrensis”, che però sembrerebbe dal nome più un porto del tirreno che altro e qui dovette difendere una città. Secondo alcuni la città era Sulci, ma quale Sulci? La minaccia dei barbarici fu scongiurata dopo che S.Efisio percorse quattro miglia romane (sei chilometri) verso l’interno lungo il corso di un fiume e li sconfisse garantendo l’ordine pubblico della città. A quattro miglia verso l’interno del fiume Pramaera che da Talana si riversa a Lotzorai in agro di Talana c’è la Chiesa di Sant’Efisio. E se i monaci bizantini con quell’ubicazione volevano proprio ricordare quella gloriosa battaglia del primo martire sardo? La Sulci orientale veniva definita Tirrenia nella documentazione romana per distinguerla da quella occidentale.
Sulla costa di Nuraghe Mannu era collocato un porto canale importantissimo situato nell’attuale canalone di “Sos Dorroles”, il cui alveo prima dell’innalzamento costiero era allora più basso, e le cui due sponde prima di essere erose e trasformate in alte falesie costituivano due propaggini come due moli naturali che racchiudevano complessivamente un bacino di carenaggio riparato dai venti e dalle mareggiate. L’estensione del porto canale era superiore all’attuale porto di Cala Gonone. Si può ipotizzare che la costa era diversa e la terra ferma poteva essere più estesa, una lingua di terraferma ed una spiaggia lunghissima collegava Fuili con Cala Luna e questo può essere testimoniato dal fatto che in mare si siano spesso ritrovate ossa di animali. Cosa era Nuraghe Mannu per l’Impero Bizantino?
Non vi sono documenti storici e si possono di seguito solo fare delle ipotesi e delle deduzioni che debbono essere oggetto di una più accurata ricerca storica.

La strada più importante sulla costa orientale era l’”orientalis romana” che però, contrariamente ad altre importanti vie di comunicazione romane, non aveva un tracciato certo ma in certi tratti era un semplice tratturo quasi del tutto privo di pietre miliari, questo tratturo si intrecciava con altri percorsi, scorciatoie, che a secondo della convenienza venivano percorsi dal viandante per raggiungere prima la meta. L’Itinerarium Antonini ha come punti per le distanze in esso riportate la partenza da “Tibula” e “Terranova”, il resto del percorso non è certo come non sono certe le distanze e le ubicazioni delle stazioni. Non tutti concordano con Lamarmora nell’ubicare Viniola a Dorgali secondo altri (Pittau) era Oliena (Goronai detto anche Goreone presso Oliena?) e secondo altri Locoe ad Orgosolo. Una delle poche pietre miliari dell’orientale romana fu ritrovata in Ogliastra murata nella chiesa di San Lussorio a Barisardo e riporta da un lato Custodia Rubriensis (la stessa Barisardo o l’antica Gairo presso la Chiesa di Buon Cammino di Cardedu) e dall’altro Alticenses (o Etili o Olevano o Talana?). Non c’è scritto in questa pietra Sulci. Inoltre Girasole e Tortolì erano in quei tempi delle zone costiere paludose (contrariamaente a Nuraghe Mannu) che in quei tempi bui non si prediligevano quali sedi burocratiche. Cosa era Sulci Tirrenia? Sulci Tirrenia era sicuramente un approdo importante il secondo per importanza sulla costa orientale sarda dopo Terranova già citato nei documenti storici sulle guerre puniche. L’alone di mistero che avvolge la Sulci della costa orientale può aver causato alcune confusioni nelle ricerche storiche causati dalla sua omonimia con la Sulci occidentale la cui importanza era di gran lunga superiore. Eppure da Viniola a Sulci ci sono 35 miglie romane (70 chilometri) nell’Itinerario Antonini anche se per le ragioni suddette non si tratta di distanze determinate con precisione. Si tenga conto che il Cedrino come si sa non era guadabile a piedi in prossimità dell’attuale ponte di Dorgali ma in barca. Da Goreone o da Locoe occorreva perciò passare a Lanaitto poi a Oddoene nel paese di “Filine” (Siffilinu per il Fara) in agro di Dorgali, poi a Silana (Urzulei), nel paese di “Olevano” e poi scendendo a Codula si arrivava alla spiaggia di Ilune e da qui sulla costa a Toddeitto (dal greco To Odos Ito: la via di uscita per Nuraghe Mannu) e quindi a Nuraghe Mannu tutto su un percorso presidiato e che evitava ai viandanti i salti boscosi pieni di insidie della catena montuosa del Monte Santo. Questo percorso equivale a circa settanta chilometri. Secondo il Pittau l’orientale procedeva verso l’interno da Oliena a Talana. Quindi per Sulci occorreva prendere una diramazione. Il rettore Cocco, studioso di storia ogliastrina ha già ritenuto che questo era il percorso vero dell’orientale romana che aveva a Codula una sorta di diramazione percorribile in sicurezza senza rischio di perdersi. C’è un’accezione che da il nome al monte che sovrasta “Nuraghe Mannu” e cioè “Tului”. Inoltre sia Monte Tului che Monte Bardia si pronunciavano fino a poco tempo fa da parte dei locali come se in Italiano fossero scritti Monte di Bardia e Monte di Tului. L’accezione Tului si ritrova anche nell’altra Sulci, quella occidentale, con “il Castello di Tului”, con “San Giorgio di Tului”, con la “La Baronia di Tului e di Villa Peruccio”. A Scano Montiferru (Esiano per il Casalis Angius) c’è la Chiesa di Sant’Antioco di Sulci che i locali chiamano di “Thulù”, con la perdita della i e con l’accento segnatamente per l’avvenuta elisione della vocale. E se Tului fosse il nome di Sulci che per i locali poteva allora pronunciarsi dapprima Thulki poi Thuluki con la th aspra (che per i forestieri suonava quasi una esse) e la u eufonica (tipo ulumu per ulmu) e poi Thulughi e poi infine con l’elisione della g Tului? A quel punto Thulkale-Thurkale sarebbe un’aggettivo che significherebbe appartenente a Sulci (di Sulci) da cui si sarebbe originato il nome attuale di Dorgali. Sopra Nuraghe vi è una collina calcarea chiamata “Bona Coa” che potrebbe discendere dal greco “Vun’Aghia” e cioè “Santi Monti“ e da qui il nome sarebbe passato a determinare il nome della Regione del Monte Santo. Il luogo veniva utilizzato come palestra spirituale frequentato dagli eremiti i donnos remitanos il Giardino di Maria il cui moto per i latini è “Gloriosa dicta sunt de te Civitas Dei” e cioè la Città di Dio, la Città d’Oro e quindi la Crisopoli.

Per Giorgio Ciprio Krisopoli era un'unica città. Un altro sito di origine religiosa e greca pare sia “Malos Pes” che potrebbe dipendere dal greco “Kalos Pedios” il Buon Bambino oppure Vatos Pedios da una parabola greco ortodossa (vedi il Monastero di Vatos Pedios del Monte Athos). Anche Pranos coincide con la parola greca “Pranos” che vuol dire il soffio vitale e cioè lo Spirito Santo. Inoltre è presente “S’Arcu de Arramenau” che vuol dire “la Porta del Romeone o del Rameone”, dove “Romeon” è un’altra accezione dell’imperatore bizantino quasi a significare che qui vi fosse un presidio militare dell’entrata dall’entroterra per la città di Nuraghe Mannu ubicata a poca distanza e che costitutiva una base militare imperiale residenza delle elites bizantine. Lo stesso nome di Nuraghe Mannu così generico potrebbe discendere dal fatto che i greci potevano chiamarlo “Noraki Monì” e cioè Nuraghe Monastero per la presenza di un ordine religioso monastico che determinava quella parte sacra della città. Forse la dizione Nuracheddu, che è molto più grande del precedente, è frutto di un’altra assonanza dalla lingua greca che può darsi lo pronunciasse “Noraki ili” per il fatto che forse vi era una brigata dell’esercito bizantino che determinava la parte laica e non religiosa della città. Mentre Istuppinzu verrebbe da Ist: ruscello, Uppinzu: attingimento con mezzezucche e testimonierebbe che da li si attingeva acqua.
A Nuraghe Mannu se stazionava la flotta bizantina del Tirreno, come sostengono alcuni storici, al duca, “dujka”, (zuiga da cui zuighe per i locali e cioè giudice) capo della flotta... Ma c’è un altro aspetto che potrebbe essere considerato vista la precisione maniacale dei bizantini. I romani distinsero le due Sulci aggiungendo a quella orientale l’accezione Tirrenia e cioè Tyrensis tenendo conto che la y poteva allora essere letta u e la r doppia determinando un aggettivo che è durrensis. Infatti ricorre nel territorio circostante l’accezione Durri con Ali Durri (Parte di Durri) Dorroles (? Dove c’era il porto), Dorrisolo (suolo di Durri), Brache Dudurri. Comunque poteva lo stato teocratico bizantino chiamare due diocesi con lo stesso nome e cioè Sulci oppure occorreva distinguerle per evitare confusioni? E se per evitare confusione l’Impero Bizantino ormai decadente avesse chiamato il Vescovo della Sulci Orientale, e eventualmente di un’altra sede dell’interno (da Criso oro: Or’ani? Oro telli? Armungia-Aurea Moenia? Che il suffisso oro potesse avere a che fare con Crisopoli lo dimostra anche il fatto che Escalaplano in sardo a volte si chiama per certi Iscalaepranu e per certi Iscallioro), Vescovo della Krisopoli? Infatti non tutti gli storici son d’accordo nel ritenere che Krisopoli fosse la fase successiva e altomedievale di Forum Traiani.
Chrisopoli compare con altre nove sedi vescovili nella lettera di Giorgio Ciprio sulla Sardegna nel VII secolo d.C. (600 d.C.), quando cessò di esistere la diocesi di Cornus e quella di Forum Traiani. L’Imperatore Leone il Sapiente le ripropone tutte e nove nel IX secolo (800 d.C.) ma si tratta solo di una riproposizione della divisione presente nella lettera di Giorgio Ciprio e quindi è evidente che l’Impero Romano d’Oriente non era più a conoscenza della ripartizione delle diocesi in Sardegna.
A pag. 41 del libro Studio dei Vittorini in Sardegna di F.Artzizzu e vari CEDAM 1963 si legge: Per quanto riguarda Sanafer e Crisopoli si può notare che quest’ultimo nome manca dove è ricordato Forum Traiani. In questa città risiedeva dapprima la classe dirigente romana, poi bizantina, poi ecclesiale che viveva con le risorse prodotte nell’entroterra. A Nuraghe Mannu gli archeologhi hanno ritrovato resti di cibo in quantità: cozze, vongole, patelle, corna di cervi e di bue testimoniare dell’agiatezza di questa popolazione.
Queste terre dell’agro dorgalese appartennero agli eredi di Buon Cammino “Sos Eredes de Bonu Camminu” che era una sorta di fratellanza per la gestione di questa estesa proprietà ecclesiale che si estendeva nel VIII secolo (750 d.C.) nella parte meridionale dell’agro di Urzulei (Olevano) nelle terre meridionali dell’attuale agro dorgalese (Sifilionis, Scopetu) ed oltre il Cedrino in quelle orientali (Iloghe, Horulis, Isalle). Una delle più estese proprietà ecclesiali presenti in Sardegna. Queste terre ricevute con la donazione di Costantino, già appartenute all’erario imperiale, davano sostentamento al clero del tempo organizzato in modo monastico e residente anche a Nuraghe Mannu di Pranos.
Nei primi anni del IX (800 d.C,) secolo Chrisopoli aveva già cessato di esistere.

La giurisdizione della Diocesi di Crisopoli comprendeva: il Sarrabus, l’Ogliastra, le Barbagie. Nella documentazione storica si parla dei presuli esuli dal Nord Africa che per fuggire all’eresia ariana e poi ai saraceni fondarono tra l’altro una diocesi in Sardegna e cioè la “Miriensis Ecclesia”, la Diocesi di Maria (il Giardino di Maria è il Monte Santo) e cioè la diocesi protetta dalla Teotokes e cioè dalla più moderna Madonna d’Itria che poteva proprio essere la Diocesi di Crisopoli. Infatti il perché dell’accezione Civita è legato alla protettrice della Chrisopoli, per i bizantini era la città dalle mura d’oro e quindi fortificata, e non per forza sede del tesoro imperiale, era la Madonna d’Itria, che proteggeva la città dalle invasioni degli “Agareni” (i saraceni), che per i latini era rappresentata dalla Madonna della Civita il cui culto fu introdotto proprio da Gaeta in Sardegna dai monaci vittorini e cassinesi che erano sicuramente presenti nell’area del Monte Santo nell’XI secolo. A Itri presso Gaeta era presente il Monastero di Filine poi distrutto dai saraceni intorno al 1000 d.C. dedicato alla Madonna della Civita che è l’accezione usata dai latini per la Madonna d’Itria.
Non si può dimenticare che l’Odighitria veniva invocata nella Polis (Costantinopoli) a protezione dai turchi e dagli arabi e festeggiata solennemente il 29 di Agosto e proprio gli arabi minacciavano allora la Sardegna. La Madonna d’Itria veniva chiamata anche Madonna di Costantinopoli (Irgoli), della Guardia (Ardauli e Dorgali). La Madonna della Guardia di Dorgali fu ribattezzata di Gonare a testimoniare che anche la Madonna di Gonare di Orani in origine era la Madonna d’Itria cosa che dimostra anche la leggenda della fondazione quasi uguale a quella della fondazione del Monte Athos in Grecia.
A pagina 62 del libro “La Sardegna nel primo medioevo” si cita un’iscrizione che ricorda Teodoto Ipato Kai Douki Sardanias con affianco il monogramma cruciforme della Teotokes (Itria) la protettrice della Krisopoli, simbolo diffuso a Cartagine, dove era vivo il culto della Vergine, prima del 698 d.C data della conquista islamica.
Nella Codula di Fuili vi è una grotta detta di Maria dove sono state trovate ceramiche anche bizantine il cui nome era riferito alla Vergine su un luogo precedentemente dedicato di fenici alla dea Astarte.
Krisopoli aveva a simbolo il monogramma XP che è stato ritrovato in vasellame a Nuraghe Mannu (una x con due braccia che si ricongiungono in modo tondeggiante) ed è presente in uno stipite nei pressi del nuraghe.

Quello che era l’edificio di culto mariano della Teotocos era di discrete dimensioni con la facciata rivolta verso il mare e poteva essere stato ricavato riattando un precedente luogo di culto nuragico, forse destinato a pozzo nuragico e riattato come pozzo mariano dell’anghiasmos tipico del periodo bizantino. Qui è presente una lastra in pietra con la croce a tau della Teotokos (una croce con una linea alla base più stretta del braccio trasversale). Inoltre Nuraghe Mannu era già un villaggio religioso nuragico. La Teotocos veniva definita anche “Bogoroditza” per esempio il quartiere dove a Dorgali è presente la Madonna d’Itria si chiama curiosamente Gorito (da ‘oroito?).
La possibilità che nell’area di Nuraghe Mannu a Pranos vi fosse una sede di culto mariana è anche un ulteriore contributo per capire la definizione di “Monte Santo” dato a tutta la catena montuosa calcarea del Golfo di Orosei.
La presenza nell’interno di Santa Elisabetta di Sulci lascia trasparire che quest’ultimo culto esistesse anche a Sulci e che l’edificio della Teotocos potesse essere custodito dapprima dai monaci basiliani e forse nel successivo periodo di decadenza anche dai monaci greci studiti che li potevano avere un loro monastero. Gli studiti erano particolarmente devoti di quella Santa e di San Teodoro il loro fondatore vissuto nella prima metà del VIII secolo. Nel VII secolo d.C. le elites sarde laiche e religiose padroneggiavano il greco come il latino, esse potevano fornire allo Stato Bizantino uomini per le sue forze armate che venivano inviati in missione militare in Asia Minore, a Costantinopoli. In questo periodo la guarda personale dell’Imperatore era sarda e addirittura uno dei generali si chiamava Soza (Sotgia?). Oggi presso Nuraghe Mannu sono sono visibili angusti locali quadrangolari che potevano essere stati riutilizzati come cellette da parte di un cenobio di frati basiliani che potevano essere circa una decina secondo la moda dei cenobi brasiliani del tempo. E sulla falsariga dell’organizzazione monastica del clero greco il capo dei frati, l’egumeno, celibe, aveva funzioni episcopali inoltre il centro abitato che lo attorniava era il villaggio monastico con i suoi abitanti, il “Korion” (da cui I Corè?), dediti all’agricoltura ed alla pastorizia. Il clero conobbe in questa località i suoi fasti maggiori l’ultimo scorcio del VII secolo d.C. dove rivestiva un ruolo importante e fondamentale nelle dinamiche di proselitismo che si dipanavano dalla Diocesi di Chrisopoli verso la Sardegna Interna. Chrisopoli era una “poleis” come tante altre dell’Italia Meridionale di cultura e religione cristiano-greca di rito ortodosso.
Non si può escludere che proprio Sulci Tirrenia fosse la Civita Diruta a Sud di capo Comino riportata in alcune carte medioevali.
Sulci Tirrenia era un approdo sul mare protetta da una catena montuosa con pochi accessi presidiabili, una vera muraglia naturale, tutta la catena del Monte Santo e il Monte Bardia il cui nome si trova tale e quale in Grecia (a Corfù e vuol dire Monte della Guardia) ed era preposto alla sua vigilanza dalle minacce esterne provenienti dal mare ma anche dalle minacce interne, quelle bande armate, che da secoli agognavano le ricchezze di una città avamposto di un Impero oramai in declino e non più in grado di garantire l’ordine pubblico e quindi di drenare le tasse.
L’inizio del declino dell’Impero Bizantino fu la fortuna della Krisopoli ma il definitivo distacco della Sardegna ne determinò la sua fine.
La mancanza della difesa della flotta imperiale dai saraceni probabilmente chiuse questa pagina storica nei primi anni del IX secolo dopo Cristo anche se la presenza del sito “Sos Furones” all’estremità interna del porto canale non può escludere che in un’epoca immediatamente successiva vi fossero delle popolazioni barbariche germaniche che esercitavano la pirateria forse già al soldo quali mercenari dello Stato o della Chiesa Bizantina. Anche il Tullio Zedda sostiene che a Gonone stazionassero i Goti o i Vichinghi.
Infine la popolazione di Nuraghe Mannu si spostò nell’entroterra per lo più nei centri di Dorgali, Santa Elisabetta di Sulci (Tholoi), di Scopetu (Iscopidana), di Siffilinu (Xiphilinus da cui il vocativo Xiphiline: Filine), della Donnicalia de L’Igorì (Icorè-Isportana), la costa fu definitivamente abbandonata dai residenti stanziali per almeno un millennio.
Inoltre durante la dominazione pisana è segnalato l’approdo di San Giovanni Portu Nono (Portu de ‘Onone) la cui dedicazione al santo pare legata alla credenza che i bagni termali fatti la notte di San Giovanni fossero benefici la qual cosa tradisce la dedicazione a questo santo di una sorgente termale a Cala Gonone. In prossimità dell’approdo romano, nella parte più meridionale della spiaggia di “Sos Dorroles” è presente “S’Abba Meica” una fonte termale ancora oggi visibile che diede luogo al nome dell’approdo presente nel censimento del 1317. Quest’approdo era strettamente legato commercialmente alla Donnicalia pisana di Santo Stefano de L’Igorì presso Dorgali.
Sempre nell’interno Siffilinu nel censimento pisano veniva chiamato Siffilionis e veniva associato con Scopetu nel XIV secolo ad Olbia (Civita) come diocesi e non a Galtellì. Potrebbe essere che, come storicamente documentato per la Donnicalia di Gisalle (Isalle) nel XII secolo, questo centro appartenesse alla diocesi di Civita, infatti allora non era strano che le diocesi avessero discontinuità territoriale (vedi la discontinuità della diocesi di Suelli, di Santa Giusta).
La Nuova Civita (Olbia) intendeva non solo preservare nel nome l’eredità storica e religiosa della Civita Diruta e del santuario mariano di Nuraghe Mannu ma anche conservare la giurisdizione delle terre sacre del Monte Santo, il Giardino di Maria dove era ricompreso come riportato sotto: Sifiliu e Scopetu.
In questi centri il culto della Teotocos e quindi della Madonna d’Itria ed il possesso delle terre di Sulci fu ereditato dagli abitanti del centro di Siffilinu (accezione che potrebbe discendere da Xifilinus nome bizantino) che nell’XI secolo (la Terra di Siffiliu) apparteneva al Giudicato di Arborea che agognava questa importante eredità e che quindi esercitò, forsanche per un breve periodo, prima del Giudicato della Gallura, il proprio dominio sulle terre di Sulci Tirrenia e come si sa in quei secoli storicamente oscuri e difficilmente ricostruibili l’accezione “Piscopiu Tyrensis” non fu certamente ininfluente nella storia dell’Arborea. Infatti il vero significato di Arborea secondo alcuni sarebbe Arborei - Barbarei e cioè della Barbagia. Che successivamente queste terre passarono a Fasanae (Olbia) ed è assodato inoltre a conferma che per alcuni periodi Olbia fu un Giudicato senza Vescovo, o meglio senza Vescovo nella capitale Olbia.
Ma l’erede di quella diocesi del Centro Sardegna di questi religiosi che si accollarono un coraggioso compito missionario in terra sarda è stato determinato secoli dopo dall’attuale diocesi della Città di Nuoro e a conferma di ciò il Vescovo di Nuoro conserva il titolo di Barone di Pranos e quindi di Nuraghe Mannu. Inoltre conserva il titolo di Barone di San Pietro di Biriddo e di Iloghe (i resti della Chiesa di San Pietro sono a S’Ena de Iloghe a Dorgali e sono chiamati Sa Cresia de Sas Toculas) riferiti alle terre che appartennero alla Diocesi di Crisopoli. Anche se vi è da dire che la certezza della presenza della flotta bizantina e del suo duca a Nuraghe Mannu darebbe più propriamente il titolo di duca al vescovo di Nuoro piuttosto che quello di Barone.
La Diocesi di Nuoro fu determinata solo in seconda battuta. Infatti la prima sede designata dall’Arcivescovo di Cagliari in epoca moderna fu curiosamente Dorgali, ipotesi che decadde perché il messo dell’Arcivescovo inviato a Dorgali per scegliere la residenza del nuovo vescovo fu ucciso da due religiosi dorgalesi certo Porcu e certo Lai che con il loro crimine per il quale furono condannati all’ergastolo cambiarono la storia della Sardegna Centrale.

autore: S. Mele